Quando entro in classe all’inizio della seconda media e chiedo ai ragazzi di spiegarmi la differenza tra predicato verbale e predicato nominale, mi accorgo subito che l’idea non è molto radicata in loro. C’è una parte della classe che sa con sicurezza individuare il predicato nominale come “copula + nome del predicato” e una parte che non lo sa, ma in generale per molti non è chiaro in cosa consista realmente questa dicitura.
Il fatto è che questo argomento stimola una riflessione molto appassionante sulla natura del verbo: vale la pena di andare a fondo.
Di solito i ragazzi hanno interiorizzato bene l’idea del verbo come azione, hanno subito in mente le “voci” verbali, come da grammatica descrittiva. Giocare, amare, prendere, avere sono facilmente riconoscibili e facilmente declinabili in forme, persone e tempi diversi. Sono riconducibili al verbo che avviene, che racconta lo svolgimento di un’azione. Anche essere viene correttamente identificato come verbo dai ragazzi, ma quando viene abbinato al nome del predicato diventa molto più difficile individuare la sua natura, perché racconta caratteristiche, non fatti, e nella mente degli studenti spesso le caratteristiche di nomi o cose sono aggettivi, complementi, espansioni, mai verbi.
Il bello del predicato nominale è proprio la sua natura ibrida, di verbo che narra l’essenza del soggetto, la sua caratteristica. Un verbo che non agisce, ma, appunto, “è”.
Mi piace scrivere gli esempi su cui ragionare sulla lavagna in ardesia, mai sulla LIM. Uso frasi brevi, simili tra loro, in modo che emergano le differenze già al primo sguardo. In genere, per predicato verbale e predicato nominale mantengo sempre lo stesso soggetto. Dunque, ragioniamo insieme, ascolto le loro osservazioni libere, guardando ciò che scrivo.
Se scrivo GIOVANNI GIOCA è facile comprendere che Giovanni fa una cosa che corrisponde a una “voce del verbo”: giocare. Dunque, predicato verbale.
Se scrivo GIOVANNI È A CASA è ancora abbastanza facile: i ragazzi diranno che Giovanni “fa l’azione” di essere a casa. Dunque, ancora facilmente predicato verbale.
Se scrivo GIOVANNI È BELLO la maggioranza dei ragazzi riconoscerà “essere” come verbo (voce del verbo “essere”), ma identificherà “bello” nei più svariati modi, tra cui il complemento oggetto, rispondendo alla domanda terrificante della grammatica descrittiva “Giovanni è… che cosa? Bello!”. Questo è un errore grave di concetto, impedisce lo sviluppo del pensiero logico! Bisogna correre ai ripari.
Se scrivo GIOVANNI È BELLO dovremo inventarci la voce del verbo bellare.
Fa molto ridere e non esiste, ma ci fa capire che anche “essere bello” è un avvenimento in atto, come se fosse un’azione: il fatto inequivocabile che Giovanni è bello dà senso alla frase, dà senso al soggetto, proprio come se lo stessimo descrivendo in azione. Tutto ciò sembra difficile, ha qualcosa di filosofico, ma i ragazzi sulla filosofia vanno sempre molto forte. La quintessenza filosofica più grande dell’essere è esistere con certe caratteristiche, è una forma di azione. Nulla a che vedere con il predicato verbale che si affanna a fare cose, e soprattutto niente a che spartire con il complemento oggetto che è totalmente un altro piano dell’analisi logica e non c’entra nulla col predicato nominale!
Il bello del predicato nominale è proprio la sua natura ibrida, di verbo che narra l’essenza del soggetto, la sua caratteristica.
Proseguendo sulla strada del paradosso – che paradosso poi non è – “Il sole è caldo” diventa voce del verbo caldare, “Antonio è il re” sarà la voce del verbo reare, “Simona è riccia”: voce del verbo ricciare e così via.
Dopo che abbiamo riso e riflettuto capiamo che il verbo essere e il suo aggettivo o nome non si possono dividere.
Se non fosse chiaro a tutti, potremmo creare dei puzzle, disegnati o in cartoncino, magari col supporto prezioso del collega di sostegno che creerà dei gruppi in aula insieme a me e metterà tutti al lavoro. Faremo delle tessere ritagliate in modo tale che si incastrino solo tra “essere” e “nome” o “aggettivo”. Ci sarà un po’ di confusione, ma tanti colori ed entusiasmo: tutti capiranno che in effetti “essere + nome del predicato” sono inseparabili, come il disegno di un puzzle che non compare se non vengono unite queste due tesserine.
Il lavoro su predicato verbale e predicato nominale non si esaurisce in una o due lezioni: è il fulcro della riflessione sulla lingua del secondo anno, per me.
La cosa più difficile in un passaggio successivo è di solito comprendere che il verbo essere non è solo “è” terza persona singolare. Sembra strano, per chi ha studiato il Sensini e ha più di vent’anni, ma per i ragazzi rappresenta una cosa mentre tutti i suoi tempi e forme ne rappresentano un’altra. Non so se dipenda dall’accento, ma per molti ragazzi il predicato nominale prevede di ricorrere a è, mentre siamo, sono, fummo non sono contemplati.
La lavagna di ardesia è di nuovo l’unica speranza: rispolvero Giovanni e faccio scegliere alla classe un nome del predicato da abbinare. Di solito scelgono RICCO. Decido poi di farli uscire a uno a uno coniugando “essere” in molti modi e tempi, col gessetto in mano e quel tempo per pensare che i giochi interattivi non concedono, ma la lavagna di ardesia sì. I giochi interattivi li useremo più tardi, adesso dobbiamo vedere se Giovanni sarà ricco, se è stato ricco e se fosse proprio ricco dovremmo convincerci che tutte queste forme sono dei predicati nominali, anche senza accento sulla e.
Chi non esce alla lavagna scrive sul quaderno: i ragazzi si rilassano svolgendo queste attività ripetitive, se colgono che hanno un senso più profondo. Alla fine, con pazienza, tutti saranno in grado di coniugare correttamente il verbo anche con persone diverse, oltre che nei tempi e modi della terza persona singolare. Pian piano faremo diventare ricchi tutti, oltre a GIOVANNI: Io, Tu, Lei, Noi, Voi e anche Loro... ricchi nel passato, nel futuro e nel presente.
Voce del verbo riccare, per riderci su.
Voce del verbo capire per tutti quelli che lo avranno capito.