Bebe Vio
Intervista a Bebe Vio – campionessa paralimpica
La campionessa paralimpica Bebe Vio rievoca i suoi anni di scuola e il ruolo essenziale di insegnanti e compagni. E ci racconta l’importanza delle “tre S” nella sua vita: scuola, scherma e scout.
Può raccontarci un ricordo, un evento, un insegnante che ha segnato la sua formazione?
Conservo tanti bei ricordi della scuola, in particolare ne ho uno legato a don Pippo, il professore di religione. Era giovane, alla mano e benvoluto da tutti. Dopo la malattia avevo perso alcuni punti di riferimento. Quando tornai a scuola, mi confrontai con lui sui miei dubbi e mi disse: "Dio è in tutte le cose belle che fai e vivi. Quali sono per te?" Risposi: "Gli amici, lo sport, la scuola." E lui: "Ecco, a modo tuo credi ancora nella bellezza delle cose." Da quel momento ho capito che per me la fede non è questione di religiosità, regole o riti, ma è una filosofia di vita. È il senso di responsabilità verso gli altri, è la capacità di vedere il bello anche quando sembra tutto buio.
Ricorda uno o più compagni di scuola che sono stati o sono ancora importanti nella sua vita?
I miei compagni di scuola sono stati fondamentali, mi hanno accolta con naturalezza e semplicità, senza pietismi. Mi sono stati vicini anche nello studio: durante i ritiri sportivi o i periodi più intensi, si organizzavano in “sottosquadre”, ognuna dedicata a una materia. Sono profondamente grata per tutto questo.
Lei ha avuto una grave malattia a undici anni. Come hanno reagito i suoi compagni e i suoi insegnanti? E come l'ha vissuta e gestita lei?
Quando mi sono ammalata, l’unica cosa che volevo era tornare alla mia vita, che in quel momento era: scuola, scout e scherma. Le mie “tre S”. Dall’altra parte, i miei compagni e gli insegnanti mi hanno fatto tornare alla normalità senza farmi sentire “diversa”.
Lei è riuscita a portare avanti i suoi studi fino all’università, nonostante i numerosi impegni sportivi. Qual è il suo segreto?
Organizzazione, programmazione e tanto lavoro. Nei periodi più intensi studiavo la notte, mi organizzavo ogni minuto. Non volevo rinunciare a nulla, allora come ora. In più ho sempre avuto accanto persone che mi hanno supportata: la mia famiglia, gli amici, i compagni, i professori.
Lei è un modello per tutti i ragazzi e le ragazze: le pesa mai questa responsabilità?
All’inizio sì, soprattutto da adolescente. Pensavo in parallelo ai miei miti, in particolare a quanto mi sarei dispiaciuta se per ipotesi qualcuno di loro avesse fatto cavolate. Crescendo, più che un peso, questo fattore è diventato una spinta in più per dare il meglio, anche e soprattutto attraverso i progetti che porto avanti per i giovani con l’Associazione art4sport e la Bebe Vio Academy.
Quando incontra gli studenti, c’è una domanda ricorrente a cui è più felice di rispondere?
Amo la curiosità sulla disabilità, il voler conoscere come funzionano i movimenti, le protesi, come faccio a fare certe cose. Far toccare le protesi, farle girare tra i banchi... diventano quasi dei giochi. La cultura della disabilità è fondamentale: se tutti la conoscessero meglio, i pensieri e i comportamenti cambierebbero di conseguenza. Noi adulti siamo un esempio per i bambini, soprattutto per quello che facciamo. L’obiettivo finale non è uniformare, ma abbracciare la diversità ed essere uniti.
Secondo lei, che cosa hanno in comune lo studio e lo sport? E il fioretto in particolare?
Lo studio e lo sport hanno in comune i concetti di squadra e di lavoro. In entrambi i casi, non si va da nessuna parte senza impegno e un team che ti supporta. Il fioretto, la scherma, lo sport in generale, ti insegnano a pensare prima di agire, e questo vale anche nello studio e nella vita.
Il suo motto è: “Se sembra impossibile, allora si può fare”. Come pensa che dovrebbe essere la scuola per offrire a tutti l'occasione di provare a fare l'impossibile?
La scuola dovrebbe essere un luogo di sperimentazione e libertà, dove seguire le proprie passioni, come lo sport, senza ostacoli. Fare qualcosa solo per dovere non porta al massimo rendimento. Anche se non tutto può piacere, l’obiettivo principale dell’educazione è sviluppare il pensiero critico, il confronto e la consapevolezza, per crescere come adulti migliori.
di di Emilia Bandel