Un anno di scuola: amicizia, desiderio e diversità di genere
Un film che dà voce a ragazze e ragazzi
Intervista a Laura Samani,
regista e sceneggiatrice
Di prossima uscita nelle sale, il film "Un anno di scuola" di Laura Samani, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Giani Stuparich, narra di una classe di soli maschi in cui arriva una ragazza svedese, libera ed emancipata.
Scena dal film "Un anno di scuola" distribuito da Lucky Red
Il film è un adattamento molto libero del romanzo di Stuparich che narra di un liceo classico, nella Trieste di inizio secolo. All’epoca c’era una distinzione più netta dei generi. Per una ragazza iscriversi al liceo classico con l’ambizione, un domani, di accedere all’università era un fatto eccezionale. Fu l’Austria a prendere la felice decisione di aprire gli studi alle donne. L’ambientazione del film cent’anni dopo, nell’anno scolastico 2007-2008, è legata a un elemento autobiografico, perché quello è il mio ultimo anno di scuola superiore. Ma all’epoca il liceo classico era già completamente misto, quindi abbiamo pensato che, per raccontare le asimmetrie tra ragazze e ragazzi nell’esprimere se stessi e vivere il proprio desiderio, fosse meglio ambientare la storia in un istituto tecnico, proprio per avere una classe con una credibile sproporzione tra maschi e femmine.
L’ho letto mentre studiavo, proprio al liceo Dante Alighieri di Trieste, lo stesso in cui si svolge il racconto e dove ha studiato Stuparich. La mia classe era perfettamente equilibrata, eravamo quindici femmine e quindici maschi. Ero però l’unica ragazza a frequentare un trio, anzi un quartetto di soli maschi. Quindi mi trovavo in una posizione di diversità, di estraneità di genere. All’epoca mi aveva colpita la puntualità del libro nel descrivere alcune dinamiche, il fatto che ragazzi e ragazze non parlassero la stessa lingua. Leggere a scuola, per la prima volta, qualcosa che parlava di noi, lì, in quel momento, è stato un salto quantico a livello emotivo e psicologico. Poi mi è successo di riprenderlo durante il lockdown per la pandemia, e ho iniziato subito a fantasticare, leggendolo sotto forma di film.
La dinamica interpersonale tra i personaggi sarebbe stata molto diversa. Il 2007-2008 rappresenta un momento particolare, non solo per i protagonisti, che finiscono la scuola e dunque vivono un passaggio generazionale importante, ma anche per la città di Trieste – la Slovenia entra nello spazio Schengen, cambiando la percezione dei confini – e per il mondo: la crisi economica negli Stati Uniti sta per abbattersi con effetto domino anche in Europa. E, forse ancora più sconvolgente, i social stanno per rivoluzionare le nostre vite.
Dopo le proiezioni spesso non hanno domande, ma un desiderio di condividere il loro vissuto. Perché le ragazze e i ragazzi hanno tantissimo da dire, e un film come questo offre loro la possibilità di rispecchiarsi e aprirsi.
Nel romanzo il conflitto è legato al diritto allo studio: Edda, la protagonista, è la prima, un’apripista che ha preparato quattro anni di greco e latino privatamente, un’impresa molto ambiziosa. E ce la fa, la sua volontà vinse, dice proprio Stuparich nelle prime pagine. Cent’anni dopo, il diritto allo studio non conosce – o non dovrebbe conoscere – barriere di questo tipo. Per noi era importante rappresentare in modo credibile l’estraneità di genere, e per farlo abbiamo pensato di farla derivare da un contesto culturale, politico e linguistico diverso. Ci piaceva l’idea che questa ragazza, Fred nella trasposizione cinematografica, fosse molto emancipata, convinta delle sue opinioni, e che volesse trattare alla pari con i maschi. Per questo l’abbiamo fatta venire dalla Svezia. Siamo partite dall’idea che ragazzi e ragazze desiderano le stesse cose, ma la libertà di espressione di questo desiderio è ancora condizionata dal genere. A Fred, la protagonista del film, viene detto di continuo: “Se vuoi essere una di noi, allora non devi essere femmina”. Chiaramente, stiamo parlando di dinamiche cisgender, di maschi che si identificano come maschi e a cui piacciono le femmine, e viceversa.
Può offrire di certo un contributo dal punto di vista del dialogo, nel senso che in questo momento storico siamo alla ricerca del soggetto cui attribuire tutte le responsabilità educative: spettano alla scuola? Alla famiglia? A un film? A me interessa il confronto, il rilancio continuo per trovare risposte insieme. Io ho il lusso di poter usare il cinema come palestra di ricerca del senso, senza però arrivare mai a un punto in cui dico “ah, ecco la chiave, la risposta al segreto”. Se fosse così semplice avremmo risolto un sacco di problemi…
Io preferisco sempre le location dal vero. Dopo aver visto vari istituti, alla fine abbiamo optato per l’Istituto Professionale Galvani: aveva un’ala con un corridoio non in uso in quel momento, che ci avrebbe consentito di girare scene non troppo claustrofobiche. Abbiamo girato in orario scolastico, mentre negli altri corridoi c’erano lezioni, ricreazione, campanelle. Ma la cosa più bella è che in questa scuola, tra i vari indirizzi, c’è quello in servizi culturali e dello spettacolo. È stata una felice coincidenza. Non abbiamo solo fatto il set, ma grazie all’impegno della scuola, della produzione e della Film Commission, abbiamo attivato il PCTO (Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), l’ex alternanza scuola-lavoro: è stato il primo caso in regione, forse in Italia. Diverse classi hanno partecipato attivamente alle riprese: per la realizzazione del backstage, o nel reparto produzione rendendosi utili per esempio per i blocchi sul set all’interno della scuola, e anche nel reparto di scenografia e regia, a supporto della troupe. E molti hanno fatto da comparse. Un set professionale di quelle dimensioni, anche poliglotta, per chi sta studiando la teoria e facendo i primi cortometraggi, è stato un’opportunità formativa enorme.
Ho avuto insegnanti molto in gamba, ma lei non assomiglia a nessuno dei miei professori. È stato un po’ come chiedersi: “Che tipo di prof avremmo voluto noi?”. Questa è la cosa bella del cinema: puoi riscrivere la storia. Nel film la professoressa ideale è quella di matematica, perché ho tratto ispirazione dal bel saggio di Chiara Valerio, La matematica è politica, in cui affronta la matematica in chiave filosofica. Nel film ci interessava parlare con accortezza delle cose, saperle osservare nella loro complessità. A me piaceva pennellare gli adulti con tratti precisi ma sintetici, perché la storia non è su di loro ma sui ragazzi. Quindi le poche battute, le poche interazioni dovevano essere a fuoco. Nell’ultima scena, la professoressa, interpretata da Silvia Gallerano, parla a Fred e le dice di non lasciarsi scivolare le cose addosso, ma di riprendere in mano la sua vita e non perdere tempo. La battuta è proprio di Silvia. Quando facemmo i provini, chiedemmo di improvvisare — “Cosa diresti a una ragazza cui è successo tutto questo?” — e lei disse quella frase. Mi convinse per la sua verità, perché è di una persona che ci è passata e ha capito.
Se sono vicini all’età dei personaggi, mi piacerebbe che ne uscissero sentendosi meno soli, nel caso alcune di queste esperienze assomigliassero alle loro. Com’è successo a me leggendo il libro. Se gli spettatori sono un po’ più avanti con l’età, vorrei che pensassero con più clemenza ad alcune esperienze, e magari mandassero un messaggio ai vecchi amici se si sono persi i contatti. Fino a ora la restituzione nelle proiezioni con le scuole è stata molto calorosa. In generale, il fatto che i ragazzi siano felici, che applaudano alla fine per me è già qualcosa, perché non è scontato che, con un racconto di inizio Novecento ambientato vent’anni fa, il film parli ai giovani di oggi. Ma le adolescenze sono sempre uguali, anche se cambiano epoche e tecnologie. Dopo le proiezioni spesso non hanno domande, ma un desiderio di condividere il loro vissuto. Perché le ragazze e i ragazzi hanno tantissimo da dire, e un film come questo offre loro la possibilità di rispecchiarsi e aprirsi.
Il distributore del film Un anno di scuola, Lucky Red, mette a disposizione degli inseganti materiale didattico di approfondimento sul film.
di Emilia Bandel